Proloco Monasterolo


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Cultura





14 gennaio 1359

La leggenda del “PIAN ‘DLA BATAJA”


All’inizio del XIV secolo Monasterolo è in parte sotto la giurisdizione dei Visconti di Baratonia, in parte sotto quella dei principi d’Acaia, ma il duca Amedeo IV di Savoia avanza pretese su quei territori.
I principi d’Acaia assoldano una compagnia inglese di mercenari e danno battaglia ai Savoia su un altipiano del monte Corno che quel giorno prenderà il nome di Pian della Battaglia
Lo scontro si concluderà con la sconfitta del Savoia.

A questa battaglia parteciparono anche, schierati al fianco degli Inglesi, settanta paesani di Monasterolo, armati di falci e forconi, fra cui Mini, un cacciatore di vipere, Randun, un boscaiolo un po’ attaccabrighe e Gentil, un ragazzo senza famiglia, capitato chissà come in paese, che gli altri due avevano preso sotto la loro protezione.


Mentre Randun spacca le teste dei nemici con il forcone e li infilza e sbudella con la spada, tanto da sembrare un macellaio, il Bel Gentil è aggredito alle spalle e un colpo alle reni lo fa cadere, circondato.
Mini interviene in suo aiuto lanciando contro i nemici un cesto di vipere che aveva catturato al mattino. Non si accorge, però, dei nemici che sopraggiungono dietro di lui; un colpo di lancia alla schiena lo fa rotolare, moribondo, tra i massi sottostanti.
La battaglia, intanto, è terminata.

Lucia, la figlia di Mini, fidanzata con il bel Gentil, che seguiva da lontano lo scontro, non appena lo vede terminato, si precipita a cercare i suoi cari.
La gioia che prova vedendo Gentil sano e salvo si trasforma presto in dolore quando trova il padre agonizzante.

Mini, consapevole della morte ormai vicina, racconta a Gentil la storia di Lucia; aveva trovato la neonata in un cesto imbottito di velluto, abbandonato in mezzo a un prato.
Nel cesto c’era anche un sacchetto di monete e, soprattutto, un biglietto della madre che affidava a chi l’avesse trovato il frutto del suo peccato di gioventù.
Così, Mini aveva portato in paese la bambina, che Fra Candido, detto Fracanda, aveva battezzato con il nome di Lucia, e l’aveva allevata; ora, in punto di morte, l’affidava a Gentil, chiedendogli di volerle bene, di non farle nessun torto e di difenderla dal mondo.

Mini, ancora, esorta Gentil a difendere a ogni costo il suo paese; gli dice di tenere per loro vanghe e rastrelli, di non metterli al servizio di nessun padrone.
Chiama, poi, Randun; gli dice di salutagli gli amici e Fracanda e, vedendo l’amico con gli occhi pieni di lacrime, lo rincuora affermando che va di là per imbandire una tavola con salame e tomino di capra, a preparare ciucche e baldorie …. ma non riesce a finire la frase.

Intanto, Fracanda era salito sul campanile e guardava verso il monte, cercando di indovinare chi aveva vinto la battaglia.
Come vede i paesani scendere, comincia a suonare le campane, in segno di gioia per il loro ritorno che significa la vittoria, ma si accorge presto che qualcosa non va, perché scendono troppo lentamente, senza alcuna dimostrazione di allegria.

Non può credere ai suoi occhi, Fracanda, quando vede Randun, che piangendo come un bambino, porta a braccia il corpo privo di vita di Mini.
Tutto il paese, intanto, si raduna sotto il campanile per sapere da Fracanza notizie della battaglia, ma le mani del frate cominciano a suonare da morto le campane e, poco dopo, la gente capisce cos’è avvenuto.

Randun posa il suo amico Mini davanti alla chiesa di San Rocco, mentre Gentil sale su un carro e intorno a lui si fa il silenzio.
“Il male di Mini” comincia Gentil “si chiama libertà, si chiama sacrificio, si chiama dignità! La lancia assassina che lo ha ucciso è il segnale della nostra riscossa; d’ora in poi, non combatteremo mai più per gli altri; se dovremo morire, lo faremo per noi!
Prepariamoci a combattere per la nostra libertà.

Passa la notte, passa un giorno; poi,all’imbrunire, arriva un drappello di soldati mandati dal Visconte di Baratonia a proclamare l’ordinanza: tutti i contadini devono tornare al lavoro, a tagliare il grano, preparare il fieno, raccogliere la frutta e fare il vino per il loro signore; chi si rifiuta, sarà punito con l’impiccagione!
La gente non parla, ma le mani si stringono intorno ai rastrelli, da sotto i panciotti spuntano i coltelli; le donne con i forconi, i ragazzi con le pietre non aspettano altro che il segnale per attaccare i soldati che sono presi dalla paura.
Fracanda impedisce il massacro dei soldati perché essi devono riferire al loro padrone quanto sta avvenendo: Monasterolo è deciso a schiacciare questa sanguisuga che lo sta dissanguando e, se non riuscisse a farlo da solo, avrebbe sicuramente l’aiuto di Vallo, Varisella e Fiano.
Esiste un solo padrone, delle terre, della gente e del sole ed è il signore Gesù, morto sulla croce per pagare un riscatto di una colpa di cui Lui era innocente.
I soldati se la danno a gambe.

Quando il capo dei soldati informa il Visconte di Baratonia di quanto è accaduto, la sua prima reazione è quella di mandare in paese una spedizione punitiva contro gli insorti, ma non lo farà.
Il Visconte, infatti, si vedrà presentare dal capo dei soldati, nascosto in uno straccio, un oggetto legato a dei tristi ricordi famigliari: il medaglione che aveva regalato vent’anni prima a sua figlia, che, andata sposa a un vecchio nobile, dopo soli due anni era morta di rimpianti e di rimorsi in una casa lontana e priva di affetti.
Era Lucia a mandare al Visconte questo medaglione, dopo averlo trovato nel sacchetto di monete d’oro che sua madre aveva messo nel cesto in cui l’aveva abbandonata, sacchetto che Mini aveva gelosamente custodito per tutti quegli anni.
Il Visconte, allora, come gesto d’affetto verso la figlia morta e di riconoscenza verso i monasterolesi che avevano allevato questa sua nipote, mai conosciuta, decide di concedere la libertà ai paesani di Monasterolo, che, da quel momento in poi, saranno liberi proprietari delle terre, delle bestie e delle case e, quindi, diventeranno nobili.

Quando il capo delle guardie porta la notizia in paese, tutti ridono, si abbracciano, piangono e cantano; c’è tanta emozione perché, da quel momento in poi, saranno loro i padroni.

A primavera, Fracanda celebra le nozze fra il Bel Gentil e Lucia; gli sposi andranno ad abitare nelle due stanzette che Gentil ha preparato, sistemando un fienile.
Appena terminata la cerimonia, le campane iniziano misteriosamente a suonare da sole; la gente si meraviglia e Randun e Fracanda corrono a vedere cosa succede; in punta al campanile c’è Mini, vestito da festa, circondato da una luce d’argento, che dà a tutti l’ultimo, affettuoso, saluto.


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